Sullo stato dell’Università e delle agitazioni
Facciamo un po’ di informazione, ché se ne è vista poca fatta bene sull’argomento.
Tutti sapete perché la Scuola Italiana, dagli asili alle università, è in agitazione. Si sono letti tanti articoli e commenti in merito ma pochi dicono cosa sta veramente accadendo nel mondo della scuola e il perché.
La Gelmini cade dalle nuvole e non si spiega il perché di tutte queste proteste, altri in malafede travisano tutto il travisabile e tentano di addossare tutte le proteste “ai soliti comunisti” che fanno sempre quanto in loro possesso per tentare di screditare il governo.
Io invece vorrei parlare di qualcosa di diverso, di cosa sta effettivamente avvenendo all’interno delle università italiane, di cosa io vedo tutti i giorni e di cosa si discute a tutti i livelli. Per questo, porterò l’esempio di quanto succede nella mia università, quella di Pisa, ben consapevole che in generale, nonostante si senta poco nelle notizie, è una delle più attive in italia nel movimento di protesta e, se si vuole, anche una delle università più serie del panorama italiano e quindi oltremodo ingiustamente colpita da questi provvedimenti.
Quindi: bisogna comunque fare tutti i distinguo del caso, ma la portata di questi provvedimenti va oltre il concetto di università poco o tanto meritevoli.
Prima di tutto: perché si discute? Perché si protesta?
Per quanto riguarda la scuola, le uniche notizie che passano in televisione rispetto alle novità introdotte dalla legge 137 sono quelle sul grembiule e sul maestro unico. Già queste (più che altro in maestro unico) basterebbero per sollevare tutto il polverone che si è sollevato. Voglio dire: avete idea di cosa voglia dire maestro unico alle elementari? Si sa che nel corpo insegnanti ci sono sia persone capaci, che fanno questo lavoro perché gli piace, e persone che non si sa bene come siano andate ad insegnare, o che in ogni caso hanno perso ogni spinta verso il buon insegnamento. Quindi pensate: se come maestro unico vi capitasse uno dei secondi, o comunque una persona con cui non vi trovate proprio, vorrebbe dire prima di tutto che avreste buttato via cinque anni di scuola, forse i più importanti; in più potrebbe montarvi un odio per la scuola stessa che cambierebbe il corso della vostra vita. Il tutto per un deficiente che avete avuto davanti per cinque anni. Io conosco ragazzi o bambini che hanno visto stravolto il loro rapporto con una materia per via di un maestro elementare; figuriamoci se questo accadesse con tutte le materie! Avere più maestri vuol dire avere più garanzie per una buona istruzione, e anche imparare a rapportarsi con persone diverse, ascoltare più voci.
Tuttavia, il maestro unico non è l’unico problema che la riforma porta. Essendo ormai fuori dal sistema scolastico non sono ferratissimo su tutti i punti contro cui si combatte, per cui vi rimando alla lettura di voci più informate, però tra le varie manifestazioni sono venuti fuori almeno altri due punti: la non regolarizzazione di insegnanti precari e il taglio di tutti gli insegnanti di sostegno. Questo vuol dire che bambini con problemi psichici, di adattamento o stranieri non avranno più un insegnante di appoggio che gli aiuterà ad inserirsi nel sistema scolastico italiano. Non è pensabile che il maestro unico possa stare dietro a tutte queste persone, quindi semplicemente ai bambini con più problemi non sarà permessa un’istruzione al meglio delle possibilità. Per non parlare poi del ritorno al voto vero e proprio (con i numeri) e del 6 in condotta già dalle scuole elementari. Non mi sembrano le elementari posto da voti, e a metà strada le scuole medie.
Chiudendo sulla scuola, vorrei far notare che genitori, alunni e insegnanti hanno occupato le scuole elementari (9 scuole solo a Pisa). Credo che una cosa del genere non sia mai successa nella storia d’Italia, e dovrebbe far riflettere.
Passiamo all’università, di cui conosco meglio la situazione. Facciamo intanto un po’ di chiarezza sui numeri: a volte si parla di DL 112, a volte della legge 133. Sono la stessa cosa: 112 era il numero del decreto legge, 133 il numero della legge vera e propria. Questo è il problema: ci troviamo a contrastare una legge vera e propria (il DPEF, niente di meno) che quindi può o passare o non passare, ma non può più essere modificata.
Detto questo, perché tutte queste sommosse? La risposta più immediata è: perché si vuole chiudere l’Università pubblica in Italia. Vediamo come: prima di tutto, si tagliano i fondi. Nei prossimi cinque anni, verranno dati all’università 1.5 MILIARDI di EURO in meno. Non noccioline, insomma.
Poi c’è il blocco del turn-over al 20%. Cosa vuol dire: ogni 5 docenti pensionati, ne verrà assunto solamente uno. Tenete presente che oggi come oggi la classe docente italiana è tra le più vecchie d’Europa, e che nei prossimi anni assisteremo a diversi pensionamenti, senza la possibilità però di ricreare la classe docente. Questo vuol dire che molti corsi dovranno essere eliminati, non si potranno tenere che le lezioni principali perché mancherà personale per fornire un’offerta didattica ampia, inoltre si costringeranno i ricercatori precari (quelli che non saranno buttati fuori prima) a tenere corsi che prima teneva un docente vero e proprio (insomma: corsi fondamentali, non di contorno) perché il numero di docenti non sarà sufficiente a coprire tutti gli incarichi. Inoltre, i soldi degli stipendi dei professori non assunti, non saranno destinati ad altre attività, saranno tagliati. Esempio: se ora spendiamo 100 per 5 docenti, dopo non spenderemo 20 per un docente e 80 per altro, ci verrà dato solo 20.
Il licenziamento dei ricercatori precari: è da sottolineare il fatto di come già ora molti corsi sopravvivano grazie all’aiuto dei ricercatori, che gratuitamente (il più delle volte) o con retribuzioni minime (e con minime intendo 400 euro a corso) accettano di insegnare agli studenti. Vorrei fare presente che i ricercatori sono pagati per fare ricerca, non per insegnare. Queste persone, contrariamente all’immaginario collettivo, non sono scansafatiche. Sono persone con un curriculum di tutto rispetto, spesso con pubblicazioni importanti alle spalle e anni di lavoro all’interno dell’università (anche 10). Con la carenza di professori che ci sarà, dato che le tasse dello studente restano una nota importante nel bilancio dell’università, sempre più riceratori dovranno spendere il loro tempo a insegnare invece che a fare ricerca, rendendo sterile l’innovazione all’interno degli atenei e trasformando interamente o quasi le università in grandi licei specializzati. Inoltre, si fa sempre un gran parlare del problema della fuga di cervelli; questa mi sembra decisamente la risposta peggiore per bloccare l’esodo.
Poi, la possibilità di creare fondazioni private. Questo vuol dire prima di tutto uccidere l’università pubblica, poi vuol dire gravare ulteriormente sulle tasche degli studenti (tanto che si tornerà ad un’università solo per ricchi, che saranno gli unici a poter pagare le tasse, al posto di un’università il più possibile per cervelli), infine vuol dire uccidere parte della ricerca. Se un’azienda mette i soldi in un’università, vuole vedere certi risultati che possano tornare utili all’azienda stessa; mi pare lecito. Questo però vuol dire che i dipartimenti che non creano un ritorno finanziaro immediato (vedi lettere, economia etc.) difficilmente riceveranno finanziamenti per rimanere in piedi; e anche nei settori scientifici morirà o quasi la ricerca di base, quella i cui risultati sono tra i più importanti ma che si vedono solo sul lungo termine. In tanti vi verranno a dire che è una scelta quella di diventare fondazioni private. Permettetemi di fare una similitudine su quanto questa sia una scelta. Immaginate di essere in una stanza al caldo, con fuori 3 °C; dove scegliereste di stare? Bene, immaginate ora che nella stanza facciano entrare gas nervino; dove andresta allora? Rimarreste nella stanza? Ecco, questo è il tipo di scelta che l’università ha.
Per ultimo, c’è la chiusura delle SSIS. Per chi non lo sapesse, SSIS è l’acronimo di Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, ed è la scuola che deve seguire chi poi voglia intraprendere la carriera dell’insegnamento. C’è bisogno di specificare cosa vuol dire la chiusura di queste scuole?
Questo, è quello contro cui stiamo lottando. Non ci sognamo neanche di pensare che tutto il torto è dalla parte del legislatore; sappiamo che l’università italiana è piena di magagne e per questo il passo successivo al blocco della legge deve essere quello dell’aperura di una serie di tavoli in cui si discutano riforme anche grandi ma sensate. Tuttavia, come alla fine è stato detto a Pisa, in questo momento non c’è spazio per l’autocritica: lo scontro è Davide contro Golia e il tempo per fermare il gigante è poco.
In fondo, pur con tutti i suoi problemi l’università italiana rimane una delle migliori in Europa: quando i laureati italiani vanno all’esterno sono accolti a braccia aperte, perché si sa che sono ben preparati. Inoltre, l’Italia già ora è uno dei paesi che spende meno per l’università in Europa, e uno degli ultimi all’interno del cosiddetto primo mondo. In una nazione come la nostra dove stiamo dismettendo tutto il settore primario e secondario (agricoltura e industria) per concentrarci sui servizi e sull’alta tecnologia, non possiamo permetterci di diminuire ulteriormente i fondi per la ricerca, perché verremo schiacciati.
Come ultimo punto di questo lungo discorso-sfogo: cosa facciamo per contrastare la legge? C’è da dire che stiamo dando fondo alle idee praticabili. A tutt’oggi a Pisa abbiamo fatto due assemblee di ateneo (con una media di 5000 partecipanti a ciascuna) in cui è stata decisa l’occupazione del polo di scienze politiche come base per la mobilitazione; è stato occupato il rettorato per qualche ora per indire una conferenza stampa; è stato deciso che l’anno accademico non sarà inaugurato ma anzi in quel giorno ci sarà una sospensione della didattica; in quasi tutte le facoltà è stata bloccata la didattica per una settimana per potersi organizzare; i ricercatori hanno negato la disponibilità di tenere corsi e alcuni docenti di tenere corsi che non siano quelli obbligatori da contratto; è stato convocato un senato accademico straordinario allargato per decidere le forme di protesta ufficiali.
Queste le mobilitazioni più ufficiali; nel mezzo ci sono le lezioni in piazza dei miracoli della facoltà di scienze; il volantinaggio in tutti i posti più frequentati da italiani e turisti (abbiamo fatto volantini in inglese); le grandi manifestazioni di piazza: due settimane fa hanno sfilato per pisa 5000 persone dall’asilo all’università, domani ci sarà una manifestazione regionale a Firenze, venerdì ancora a Pisa e il 30 nazionale a Roma; si farà una giornata di astensione dagli acquisti, per far capire alla città cosa succederà alla sua economia con la chiusura o quasi dell’università; altre iniziative che non so/non ricordo. (non si può stare dietro a tutto…)
A chi dice che questa è la solita propaganda di sinistra, rispondo che alle due assemblee di ateneo hanno parlato tutti, e hanno partecipato tutti, persone di destra e di sinistra. Un grande lavoro si sta facendo per tenere a bada i soliti quattro deficienti e non politicizzare la protesta in corso, per farla rimanere una protesta della scuola e università italiane contro le due leggi che le vogliono uccidere, perché questo è ciò che realmente è la protesta. Ho visto parlare i giovani di Forza Italia, che proponevano di andare a bloccare le grandi arterie cittadine; persino gli studenti della Normale hanno deciso di darsi una svegliata e appoggiare la protesta ufficialmente oltre che come individui.
Certo, i giornali vi diranno che siamo i soliti quattro gatti comunisti che vanno in giro a fare danni (è stato scritto davvero), che le riforme sono ben viste e che la popolarità della Gelmini non è mai stata così alta. A voi decidere a chi credere, e pensate un po’ a come vorreste che il vostro figlio studiasse. Come diceva bene la Littizzetto ieri, alle famose 3 I del governo: Inglese, Informatica, Industria (tra l’altro, cosa c’entra l’industria…) se ne è aggiunta ora una quarta: In culo.
All’interno di tutto questo movimento, dispiace vedere e constatare che sono poche le università italiane che si stanno realmente muovendo, pochi gli studenti che sanno cosa sta accadendo, troppo pochi i docenti che si schierano apertamente contro la legge. Per non parlare della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) che raramente si è vista così accondiscendente col governo. Il documento che hanno stilato all’ultimo incontro è si contrario alla legge, ma talmente debole da far ridere. Il nostro rettore ha detto che il documento sarà sì debole ma approvato all’unanimità. Evidentemente molti rettori pensano di poterci guadagnare da questa situazione, bah. Senza contare che nella CRUI siedono anche rettori di università già private; quindi non vedo perché cercare tutta questa unanimità a scapito della forza delle dichiarazioni.
Concludo (ché è una giornata intera che sto scrivendo questo post) con dei dati che dovrebbero far riflettere: sia la legge 133 che la 137 sono state proposte (la 133 anche approvata) a fine luglio, periodo in cui è praticamente impossibile imbastire un movimento di protesta. La legge 133 (ricordiamolo, è un DPEF) è stata approvata dal consiglio dei ministri dopo una discussione di un quarto d’ora (15 minuti). Entrambe le legge non hanno subito il normale iter parlamentare; per entrambe infatti è stata richiesta la fiducia sia alla camera che al senato. W la democrazia.

4 commenti a “Sullo stato dell’Università e delle agitazioni”
Sei consapevole che 3/4 delle persone che ti circondano (me compreso) sono cresciute con il maestro unico, vero?
flod ha detto questo il giorno 21 ottobre 2008 alle 12:20
Sì, e sono anche consapevole che eravamo riusciti a progredire rispetto a quella situazione. Ora torniamo indietro…
iacchi ha detto questo il giorno 21 ottobre 2008 alle 15:02
Anch’io sono cresciuto con il maestro unico, anzi, LA maestra, ma era 30 anni fa, altri tempi!
Se la persona è preparata, penso che il maestro unico possa andare, il problema è garantire la preparazione e soprattutto motivare gli insegnanti. Ma ho come l’impressione che non sia questo quello che vuole il governo!
Buona lettura: http://www.beppegrillo.it/2008/10/la_scuola_in_diretta.html
Povera Italia!
Titto ha detto questo il giorno 22 ottobre 2008 alle 18:54
Un articolo molto bello, scritto in maniera semplice ed efficace.
Mi complimento con te, Iacopo, ma non lo commento perché porterei testimonianze di porcate scolastiche da rabbrividire.
miki64 ha detto questo il giorno 23 ottobre 2008 alle 07:54